“Piece by Piece” fatto a pezzi – Recensione

“Piece by Piece” fatto a pezzi – Recensione

Ho accolto l’annuncio dell’uscita di “Piece by Piece” con una buona dose di scetticismo. Poi ho guardato il trailer aggiungendo una buona dose di curiosità allo scetticismo precedente. In seguito ho osservato il set promozionale (Over the Moon with Pharrell Williams, n. 10391) con ammirazione. Infine ho visto il film cercando di mantenere un atteggiamento imparziale e una mente aperta.
Beh, mi sono appisolato a metà della storia. Ecco perché.

  1. Il problema dell’ego
  2. Il problema della storia
  3. Il problema dei LEGO
  4. Un film per pochi
11 November 2024; Pharrell Williams, Artist and Entrepreneur, backstage during the opening night of Web Summit 2024 at the MEO Arena in Lisbon, Portugal. Photo by Ramsey Cardy/Web Summit via Sportsfile

Il problema dell’ego

Pharrel Williams, classe 1973, viene definito una “superstar” nel materiale promozionale del film (ci mancherebbe!), ma in realtà non lo è affatto.

Pharrell Williams, musicista americano, dal 1992 a oggi ha realizzato ben 2 (due!) album in studio come artista solista e i suoi più grandi successi sono esattamente 4 (quattro!) canzoni, tutte pubblicate entro il 2013, tra cui la celebre “Happy” che è l’unica sua canzone da solista ad aver mai raggiunto il vertice della classifica americana Billboard Hot 100. Non bisogna essere un esperto di musica per capire subito che questi non sono numeri da superstar (fonte: Wikipedia).

La forza e il merito di Pharrell Williams, infatti, non risiedono nelle sue capacità di cantante, ma in quelle di produttore. In questa veste ha realizzato 80 singoli insieme a molti artisti di successo e ha vinto numerosi premi, tra cui 3 volte il Grammy come Produttore dell’anno (fonte: Wikipedia). Il talento di Williams, quindi, è comporre musica che porta successo agli altri prima che a sé stesso; nel fare questo, onestamente, lui è senza dubbio tra i migliori, ma… una superstar?

…quell’uom di multiforme ingegno…

By Frank Schwichtenberg – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61084968

Pharrell Williams, fashion designer, è un artista poliedrico, capace di trovarsi a suo agio tanto alla consolle del DJ quanto alla macchina da cucire (figurativamente parlando). Collabora con i più grandi marchi (Louis Vitton, Chanel, Adidas, ecc.) e ha lanciato più di un marchio proprio nel mercato della moda. Le sue attività non sono state esenti da controversie, per esempio per aver supportato l’esercito israeliano nel 2018, e l’uscita nelle sale di “Piece by Piece” è stata accolta in alcune occasioni da proteste di attivisti a favore dei diritti degli animali. Ma quanti altri musicisti hanno mostrato talenti (o semplice fiuto per gli affari) in aree al di fuori della musica?

È questo il quadro che mi si è presentato quando è stata annunciata la collaborazione tra The LEGO Group e Pharrell Williams per la realizzazione di un film autobiografico. Risultato: rigetto istantaneo. Ma chi si crede di essere? Quanto dev’essere grande il suo ego per supporre di poter elargire lezioni di vita alla veneranda età di 50 anni?

Quincy Jones: ecco su chi avrei voluto vedere un film biografico nel 2024, l’anno della sua morte. 70 anni di carriera come musicista, direttore, produttore, compositore e una sfilza di successi, record, primati che hanno influenzato profondamente e in modo duraturo la musica e la cultura americana e mondiale. Quella sì che era una vera superstar, con una vita degna di essere raccontata!

By Los Angeles Times – https://digital.library.ucla.edu/catalog/ark:/13030/hb9q2nb6qx, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=132875641

La cosa più assurda, comunque, è che lo stesso Williams ha composto una canzone per il film, intitolata “L’EGO Odissey”, in cui egli non fa altro che ripetere “Humble, humble, humble, humble…” (Umile, umile, umile, umile…) e afferma che: “solo Dio sa tutto”, “Umanità, devi essere umile”, “Sii grato per i tuoi sogni, costruiscili pezzo per pezzo”. Bello il messaggio, ma da che pulpito viene la predica? Non dimentichiamo che l’idea di mettersi sul piedistallo è partita proprio dallo stesso Pharrell (vedi l’intervista al regista Morgan Neville nel sito LEGO): alla faccia dell’umiltà!

Il problema della storia

Ma veniamo al film vero e proprio. La trama ripercorre la vita di Pharrell Williams dall’infanzia a oggi, inanellando tutta la consueta serie di cliché dei film biografici musicali: la povertà degli inizi (che in realtà tanto povera non era), la passione per la musica scoperta in tenera età, l’incontro fortuito con un grande produttore, la gavetta, il successo folgorante, gli approfittatori, la perdita della bussola, la rottura e la successiva riconciliazione con gli amici degli inizi, il raggiungimento di un nuovo equilibrio. Insomma, il classico “Viaggio dell’Eroe” ma condito in salsa hip-hop.

Pharrell Williams racconta la sua vita al regista Morgan Neville: è questa la cornice narrativa entro la quale si svolge la storia.

Solo che qui, a differenza di altre biografie di musicisti, tutto è molto superficiale, a cominciare dalle premesse. Pharrell Williams non è cresciuto in un ambiente povero, non è stato emarginato per le sue origini o per il colore della sua pelle, non era un immigrato, non aveva genitori che lo ostacolavano o lo disprezzavano, non ha dovuto lottare per affermare la sua passione per la musica. Il film ci mostra molto chiaramente che Pharrell Williams è cresciuto in una famiglia di ceto medio, senza problemi finanziari, in un ambiente musicale ricco e stimolante, circondato da amore e supporto sia da parte dei genitori che della nonna, con buoni amici e ampie opportunità di suonare. Qual era il suo problema? Si sentiva un po’ fuori posto perché era un po’ bizzarro rispetto ad alcuni degli altri bambini. Tutto qui.

TUTTO QUI!?

Sono queste le basi per la storia di un “eroe”? Se volete avere dei termini di confronto, vi suggerisco caldamente la visione di “Ray” (biografia di Ray Charles), “Rocketman” (biografia di Elton John) o addirittura “Better Man”, la biografia di Robbie Williams uscita anch’essa nel 2024. Si tratta di grandi film che raccontano grandi storie di grandi artisti, con grandi crisi e grandi riscatti che fanno sgorgare grandi fiumi di lacrime. “Piece by Piece”, invece, nonostante la durata relativamente breve (un’ora e mezza) mi ha fatto venire sonno verso la metà. La storia è blanda e insignificante non solo per le premesse inconsistenti, ma anche perché la “crisi decisiva”, la “morte dell’eroe” che dovrebbe avvenire nel mezzo dell’avventura, consiste solo nel fatto che Pharrell inizia a dedicare un po’ più tempo alle attività nel campo della moda e trascura un po’ quelle musicali. Tutto qui.

Niente crisi familiari, nessun problema di dipendenza da sostanze, niente abbandoni né crisi artistiche. Persino la sua (marginale) partecipazione al movimento “Black Lives Matter” viene liquidata in una sola scena. Ma come si fa a costruire una storia così? Non ci possono essere redenzione e apoteosi convincenti, nel finale, se prima non ci sono state delle prove, una discesa nell’aldilà, un calvario che hanno mosso nello spettatore delle emozioni profonde e sincere. Non so, evidentemente per Pharrell Williams il suo percorso di vita è stato travagliato ed emozionante (torniamo al problema dell’ego: secondo lui la sua vita è stata importante), ma il modo in cui ha scelto di raccontarlo lo fa sembrare scialbo e banale. E qui veniamo all’ultimo dei problemi.

Il problema dei LEGO

Perché Pharrell Williams ha deciso di raccontare la sua vita usando i LEGO? Perché – lo dice all’inizio del film – voleva avere a disposizione “colori infiniti”.

“Ehm ehm, signor Williams,” avrebbe dovuti dirgli qualcuno di The LEGO Group, “nella sua storia pluridecennale la LEGO ha utilizzato circa 500 gradazioni di colori più o meno diverse. È un numero grande, ma non infinito… È sicuro di voler puntare proprio su questo aspetto dei nostri prodotti?”.

Secondo me questa storia dei colori non regge. Secondo me il signor Williams, con il suo allenato fiuto per gli affari, ha voluto provare a cavalcare l’onda del successo che sta avendo, da qualche anno a questa parte, la campagna LEGO “Adults Welcome” e forse anche, in qualche modo, voleva replicare il successo del primo “The LEGO Movie”. Inoltre, i “colori infiniti” millantati da Pharrell Williams nel corso del film sono rilevanti solo in 3 occasioni.

Colori (in)finiti

  1. La scena della sinestesia: il nostro “eroe” ha la capacità di “vedere” i suoni associandoli spontaneamente a dei colori. È una capacità chiamata “sinestesia” che hanno alcuni musicisti famosi (uno tra tutti, John Lennon), ma può capitare anche ai comuni mortali. La scena del film in cui questo fenomeno viene mostrato è molto bella e accattivante: animazione LEGO al top delle sue possibilità! Peccato, però, che sia uno specchietto per le allodole: nel resto del film non si ritroverà più un altro momento in cui la sinestesia abbia un ruolo di primo piano.
  2. I beat: le basi musicali (i “beat”) che Pharrell compone per sé stesso e per gli altri artisti vengono rappresentati simbolicamente da plate 1×2 con tile o slope o altri pezzi di dimensione 1×1 che pulsano di luce colorata. Il concetto è carino, senza ombra di dubbio, ma non era necessario usare i LEGO per realizzarlo: un qualunque altro oggetto simbolico avrebbe reso l’idea allo stesso modo, secondo me.
  3. Le teste: forse per la prima volta, The LEGO Group ha dovuto usare una grande varietà di tonalità di marrone per realizzare i volti della maggioranza dei personaggi, dando finalmente ascolto ai fan non-bianchi e mostrando attenzione ai valori di inclusione e diversità che propugna da anni.

Il mistero del set scomparso

Quest’ultimo aspetto è stato messo in evidenza nel bel set realizzato per la promozione del film, il già citato Over the Moon with Pharrell Williams n. 10391 (qui la nostra recensione), con le sue 51 teste realizzate in diverse gradazioni di marrone. Anche qui, però, c’è un dettaglio che mi lascia perplesso: quello shuttle nero e oro che decolla lasciandosi dietro una scia arcobaleno non è presente nel film! O forse ha fatto la sua comparsa in quei pochi minuti in cui mi sono appisolato… onestamente non ho intenzione di andare a riguardarlo per verificare. Se voi l’avete visto, scrivetelo nei commenti qui sotto. Anche se dubito che voi, che avete letto la mia recensione fin qui, abbiate guardato il film. E questo ci porta alla conclusione.

Un film per pochi

Se non si era capito prima, lo dico esplicitamente: “Piece by Piece” non mi è piaciuto. E, a quanto pare, non sono l’unico a pensarla così, almeno al di fuori degli Stati Uniti. Il film, infatti, a fronte di un budget (stimato) di 16 milioni di dollari, ha guadagnato 9,8 milioni di dollari negli Stati Uniti e Canada e solo 1 milione di dollari nel resto del mondo, rivelandosi un gigantesco flop (fonte: IMDb.com). Anzi, paragonando questi risultati a quelli di “The LEGO Movie” di 10 anni prima (258 milioni negli USA e 212 milioni nel resto del mondo), ma anche di qualunque altro film prodotto in seguito da LEGO (stando a IMDb.com, tutti hanno ricavato almeno un centinaio di milioni di dollari, incluso quello dei Ninjago) lo possiamo tranquillamente definire un catastrofico flop.

E sul fronte della critica com’è andata? Benissimo! Su RottenTomatoes.com “Piece by Piece” si è beccato un “Certified FRESH” con ben 83% di recensioni positive dai critici e un “Verified HOT” con il 90% di recensioni positive dai fan. Ma queste statistiche, si sa, lasciano il tempo che trovano. Il verdetto del botteghino è inequivocabile (ma anche quello dei vostri occhi e della vostra intelligenza, se mai vi prenderete la briga di guardare questo film).

Le domande sorgono spontanee

  1. Chi sono gli estimatori di “Piece by Piece”? In primo luogo, Pharrell Williams. In secondo luogo, i suoi fan. In terzo luogo, gli amanti dell’animazione LEGO che non hanno troppe pretese riguardo a storia e dialoghi. In totale poche migliaia di persone, localizzate prevalentemente negli Stati Uniti (e magari qualcuno anche in Canada).
  2. Perché LEGO si è lanciata in questo progetto? Secondo me, The LEGO Group si è fatto abbindolare dal curriculum di Williams e ha lasciato che egli coltivasse il suo progetto di autopromozione pensando di poterci guadagnare qualcosa. Grosso errore.
  3. È un film per ragazzi? In teoria sì, perché è stato igienizzato e edulcorato a dovere. Per esempio, quando Pharrell incontra Snoop Dogg, la nuvola di fumo di marijuana che notoriamente circonda il rapper e la sua crew è stata trasformata in una nebbia prodotta da bombolette spray che, per qualche misterioso motivo, fanno andare a tappeto il nostro “eroe”. Pateticamente ridicolo! Io, in qualità di insegnante di Educazione Musicale nella scuola media, non ne consiglio la visione ai ragazzi perché, anche se nel film è presente qualche messaggio positivo, la superficialità complessiva e la bassa qualità della trama e dei dialoghi rischierebbero di fare più danni che altro.
  4. È un film per AFOL? Sì, se vi concentrate solo sull’animazione, sul design dei personaggi e delle scenografie e lasciate perdere tutto il resto. Gli animatori e i designer LEGO sanno il fatto loro, lo sappiamo molto bene, e anche qui hanno realizzato un prodotto tecnicamente impeccabile.

Si ringrazia la compagnia aerea Singapore Airlines per aver inserito “Piece by Piece” nella sua offerta di intrattenimento in classe Economica, facendomi così risparmiare il prezzo del biglietto del cinema, dell’acquisto o del noleggio del film.